Comunicare oltre la trasmissione: appunti sparsi.

In questi giorni sto leggendo L’albero della conoscenza di Maturana e Varela.

È uno di quei libri che esplora come conosciamo e come costruiamo il mondo che viviamo, usando la biologia solo come punto di partenza. È anche un testo che ti costringe a rivedere idee che davi per scontate, nel mio caso, quelle legate alla comunicazione.

Alcune intuizioni mi stanno aprendo spazi di riflessione che sento il bisogno di condividere: non perché abbia risposte, ma perché forse possono aiutare chi legge a farsi nuove domande.

Quello che mi risuona più di tutto è che il nostro modo di conoscere nasce sempre da dove siamo, dal corpo, dalle emozioni, dalla nostra storia.

Non è un dettaglio tecnico: cambia il punto da cui guardiamo tutto il resto.

Da dove comunichiamo davvero?

Siamo abituati a pensare alla comunicazione come al passaggio di un contenuto da me a te: io dico qualcosa, tu la ricevi. Sembra lineare.
Ma, se guardo le mie esperienze, mi accorgo che nessuna conversazione funziona davvero così.

In realtà parliamo sempre a partire da ciò che stiamo vivendo, anche quando non lo nominiamo: la disposizione emotiva del momento, le immagini che ci attraversano, le abitudini comunicative che ci portiamo dietro, persino il modo in cui il nostro corpo si posiziona nello spazio.

Sono elementi che non vediamo, ma che influenzano profondamente ciò che diciamo e ciò che ascoltiamo.

E questo vale anche quando rivolgiamo la parola a noi stessi.
Ogni volta che ci raccontiamo un’emozione, una scelta o un dubbio, lo facciamo da un punto di vista già abitato.

La conoscenza come qualcosa che prende forma mentre accade

Un’altra intuizione che mi sta accompagnando è che la conoscenza non è un oggetto pronto all’uso, da scoprire e trasmettere intatto. È qualcosa che prende forma dentro le nostre interazioni, con gli altri e con il mondo.

Non è un puro “dato”: è un processo vivente.

Per questo comunicare non può essere solo una faccenda di parole che viaggiano da un interlocutore all’altro.

Se tutto ciò che comprendiamo si costruisce mentre lo viviamo, allora anche la comunicazione è un movimento: cambia con ciò che accade, si modifica con ciò che sentiamo, apre possibilità che non erano prevedibili all’inizio.

Se fosse del tutto prevedibile, sarebbe solo la conferma dei nostri pre-giudizi

La conoscenza come qualcosa che prende forma mentre accade

Ripensare l’empatia: oltre la metafora dei “panni altrui”

Da tempo non è che faccia fatica: faccio proprio a pugni con il termine “empatia”. Mi ribolle il sangue quando sento dire — e accade spesso — “devi essere empatico, devi metterti nei suoi panni…” Certo è una bella metafora, ma rischia di farci pensare che possiamo sentire esattamente ciò che sente l’altra persona. (leggi anche L’empatia e il barbiere…)
E non è possibile.

Quello che invece possiamo fare — e che cambia davvero la qualità di una conversazione — è assumere una postura di ascolto: restare presenti nella nostra esperienza mentre accogliamo quella dell’altro, senza sovrapporla e senza cancellarla.

È in questo spazio, fatto di due prospettive che si incontrano senza fondersi, che può emergere qualcosa di realmente nuovo.

E questa, per me, è una forma di empatia più autentica e più praticabile.

Comunicare come un modo di diventare

Se metto insieme queste intuizioni, mi accorgo che la comunicazione è molto più di un trasferimento di contenuti. È uno spazio in cui qualcosa cambia — nei significati, nelle interpretazioni, talvolta in noi.

Non penso a un “dialogo interiore” come a due voci che parlano. Lo immagino piuttosto come il famoso disegno di Escher, Mani che disegnano: mentre cerchiamo di dare forma a ciò che viviamo, a ciò che sentiamo o a ciò che vogliamo dire, sono quei pensieri e quelle parole a ridisegnare noi.

E questo, credo, vale in ogni incontro: con gli altri e con noi stessi.

mani che disegnano

Domande più che risposte

Questa riflessione che ho voluto condividere non ha la pretesa di arrivare a conclusioni.
Piuttosto invita a non pensare più alla comunicazione come a un semplice passaggio di informazioni, ma a osservare ciò che davvero accade quando ci incontriamo.

Le domande che possono nascere da questo sguardo, forse, genereranno altre domande. E a me sembra già un buon punto di partenza — bello, no?