Secondo Francesco Grazioli (scultore e insegnante d’arte): Disegniamo i nostri difetti, i nostri errori e i nostri limiti interiori.
Si guarda, ma non si vede, si pensa invece che ascoltare, si disegna quello che si crede di conoscere di una forma e non quello che si ha effettivamente davanti agli occhi.

Si crede di vederlo e lo si rappresenta simbolicamente attraverso un meccanismo di semplici stereotipi che razionalmente appagano.
La capacità di disegnare, di rappresentare graficamente qualcosa di reale, o frutto della nostra fantasia, la si conquista lavorando sui blocchi mentali, sulla correzione di vizi che nel corso del tempo si sono radicati.
Certo la tecnica è importante ma è, fino ad un livello più che sufficiente, acquisibile rapidamente da chiunque. Tuttavia, oltre ad acquisire una indispensabile padronanza tecnica, è importante liberarsi da infrastrutture che impediscono la capacità di osservazione e viziano una reale libertà di espressione.

 

Barcellona e Picasso

A quattro anni dipingevo come Raffaello, ci ho messo tutta una vita per imparare a dipingere come un bambino”. (Pablo Picasso)

Ma, facciamo un passo indietro. Ho recentemente visitato il museo Picasso a Barcellona, una esposizione permanente di oltre 4000 opere che riguardano maggiormente il periodo giovanile dell’artista.

La mia conoscenza di Picasso si limitava a quanto raccontano i manuali. Figlio d’arte, il padre insegnante della scuola d’arte a Malaga lo avvia precocemente all’apprendistato artistico.

Il suo talento emerge fin da subito e a 14 anni espone un suo dipinto ad una mostra a Barcellona ottenendo un inaspettato consenso dalla critica.

Frequenta varie scuole in Galizia, poi a Barcellona (cui rimarrà legato profondamente) e Madrid.

Non ancora ventenne si reca per la prima volta a Parigi, vi ritornerà l’anno successivo per rimanere in Francia buona parte della sua vita e fino alla sua morte.

Il museo di Barcellona non espone le sue opere più famose che sono distribuite in tutti i musei del mondo: Parigi, Londa, Madrid, New York, Mosca e altri ancora, ma quello che emerge passeggiando nelle sale espositive è l’incessante sperimentazione.

Una ricerca continua che testimonia i momenti più importanti della sua vita artistica. Dagli schizzi ancora incerti di un ragazzino di dieci anni, quando frequentava la scuola d’arti e Mestieri di la Coruña, a quelli prodotti all’Accademia di Belle arti di Barcellona qualche anno dopo e non solo.

Picasso, dal periodo blu al cubismo

Dal periodo blu (1901-1904) in cui manifesta la sua tristezza giocata sui toni blu, azzurro, grigio e turchino, al periodo rosa (1905-1906) quando alla mestizia degli azzurri subentrano le gradazioni di rosa, ocra e arancio cui segue il periodo africano in cui Picasso si interessa alla scultura rituale africana e polinesiana.

Lo studio continuo lo porta alla creazione di Les demoiselles d’Avignon (1907) che si può considerare l’opera capostipite del movimento cubista.

Da quel momento in poi si avvicendano le due fasi cubiste: analitica (1909-1911) e sintetica (1912-1913) che vedranno Pablo Picasso e Georges Braque volutamente non firmare le proprie opere, risultando spesso indistinguibili.

Nella seconda fase, quella sintetica, si cominceranno a evidenziare le diversità stilistiche dei due artisti.

Arte e antroposofia

Ancora con le immagini della sua arte nella mente, al mio ritorno ho partecipato ad un esperimento molto interessante che si collega al disegno, alla pittura, e in qualche modo a Picasso.

Doverosa una premessa: In antroposofia l’esercizio dell’arte, non soltanto il consumo passivo, è considerata un’attività che favorisce lo sviluppo armonico dell’essere umano. Mette in equilibrio l’istinto e la ragione, cioè la componente fisica e la componente spirituale. Rudolf Steiner, partendo dalla Teoria dei Colori di Goethe, elaborò una complessa teoria spirituale.

Ma torniamo all’esperimento: l’idea era quella di verificare attraverso l’espressione artistica, la coesione e affinità di un gruppo di persone impegnate in un obiettivo comune. Facilitati nel compito da Francesco Grazioli.

Un processo in più fasi che ci ha visti partecipare con curiosità, ma anche con una certa preoccupazione.

La prima prevedeva che ognuno di noi eseguisse il proprio autoritratto su un foglio utilizzando quattro colori. Un unico diktat: nulla di figurativo o simbolico.

Nella seconda fase dovevamo intervenire nell’autoritratto di un altro dei partecipanti “integrando e modificando” l’opera secondo la nostra percezione di lui/lei. Se pensavamo che l’autore non si fosse autoritratto come noi le vedevamo, dovevamo intervenire e “aggiustare” il disegno.

Il disagio che io ho provato è stato doppio. Il primo riguardava il pudore di invadere lo spazio dell’altro e in qualche modo “fregiarlo”. Il secondo era la paura che un altro facesse la stessa cosa a me e, modificato il dipinto, non mi riconoscessi più.

Lo stupore alla fine è stato immenso. L’intervento del mio compagno non solo non aveva modificato il senso del mio autoritratto, ma era stato capace di renderlo ancora più simile all’idea che avevo di me stessa. A mia volta ero riuscita, a suo dire, a rendere il suo ancora più incisivo ed efficace.

Ma il bello doveva ancora venire…

Gli autoritratti dei sei partecipanti sono stati quindi affiancati alternandoli a fogli bianchi e uniti in un’unica grande tavola.

A quel punto tutti dovevamo lavorare insieme su parte dei fogli bianchi e fare in modo che i sei autoritratti – ovviamente molto diversi gli uni dagli altri – si incontrassero. Creare un’armonia di forme e colori e far sì che la creazione finale non fosse percepita come l’unione di pezzi diversi ma un’unica creazione.

Il risultato finale mi ha ricordato Picasso nella sua opera Guernica, una composizione apparentemente caotica ma in realtà perfettamente organizzata.

Paghi del risultato e inconsapevoli ci siamo avventurati nella fase finale: lavorare tutti contemporaneamente in un’unica grande tela bianca.

Ogni partecipante aveva scelto un colore, quello che sentiva più in sintonia con sé stesso. Doveva usarlo insieme ai 4 colori base che tutti avevamo a disposizione: seppia, sanguigno, bianco e nero. Nessuna regola tranne le indicazioni che ci erano state date in precedenza: nulla di figurativo o simbolico, solo astratto. Avevamo a disposizione solo le mani per stendere il colore. Tempi e modalità una nostra scelta.

Il risultato finale qualcosa di assolutamente imprevedibile, molto simile all’astrattismo di Marc, Mondrian o Kandinskij.

Ma, a prescindere dall’estetica, la cosa meravigliosa è stata la danza che si è creata tra noi. In qualche modo, ognuno di noi sapeva quando era il suo turno e quando invece era il momento di lasciare spazio agli altri.

Mi sono sentita libera di esprimermi di dialogare con gli altri attraverso un colore, un segno, un tempo e accolta, ascoltata e rispettata.

Ci sono tanti modi per interagire, per mettersi in relazione, questo è stato pazzesco.

Bibliografia:
Il Cricco di Teodoro, Itinerario nell’arte, Dall’età dei lumi ai giorni nostri – edizioni Zanichelli

Photo
dipinto astratto: Photo by Art by Lønfeldt on Unsplash
Les demoiselles d’Avignon, 1907 – olio su tela 245×235 -New York, Museum of Modern Art