Nota introduttiva

Sul pianerottolo della cura: Imprinting culturali, disabilità e uno sguardo che si sposta

Questo testo fa parte del mio processo di cura e nasce in continuità con i precedenti contributi dedicati all’imprinting e alla trasformazione della cura. Nel blog è collocato volutamente in due spazi: io e mio figlio, perché attraversa la mia esperienza diretta di madre, e messaggi del corpo, perché prova a interrogare le cornici culturali e simboliche che influenzano il modo in cui pensiamo la cura, la disabilità, il futuro.

Queste riflessioni possono essere lette in parallelo a un percorso di cura allopatica: non come alternativa, ma come movimento laterale, come lavoro di senso che accompagna ciò che accade sul piano clinico e quotidiano. Non propongono soluzioni, né modelli da replicare. Sono piuttosto una linea di fuga: un tentativo di spostare lo sguardo, di allentare alcuni imprinting interiorizzati, di creare spazio per pensieri che non siano immediatamente funzionali, ma necessari.

Il pianerottolo a cui questo testo appartiene non è un luogo di arrivo, ma una soglia: uno spazio di passaggio in cui sostare, osservare, e forse scegliere come proseguire.

Uno spazio condiviso

Queste riflessioni non nascono in solitudine. Prendono forma all’interno di un gruppo di genitori di persone con disabilità, uno spazio in cui il tema della cura si intreccia inevitabilmente con quello del tempo, della perdita, del dopo. Ci interroghiamo insieme su come prenderci cura dei nostri figli quando noi non ci saremo più, ma anche – forse soprattutto – su come stare con loro adesso, in un durante che non sia già interamente occupato dalla paura del futuro.

In questo campo condiviso, l’idea del “clone” è emersa a partire da me, dal desiderio di trovare qualcuno che potesse replicare i miei gesti, i miei saperi taciti, le mie intuizioni, affinché nulla andasse perduto. Gli altri genitori non usavano necessariamente questa parola. Vi si sono riconosciuti solo a posteriori, come se quel termine avesse dato forma a un pensiero rimasto fino ad allora implicito, non del tutto consapevole.

Ciò che ereditiamo

Ascoltando le storie degli altri, ho iniziato a riconoscere un filo comune: non tanto nelle soluzioni immaginate, quanto negli imprinting culturali che le sostenevano. Un genitore diceva che noi non saremmo mai diventati “vecchi”, che saremmo stati condannati a restare giovani per tutta la vita per poterci occupare dei nostri figli.

In quella frase non c’era rassegnazione, ma un assunto dato per ovvio: che la cura richieda una sospensione della nostra trasformazione, una disponibilità totale e permanente, come se il tempo personale dovesse essere sacrificato in nome di un bisogno percepito come assoluto.

L’imprinting culturale agisce proprio così: non come un comando esplicito, ma come un orizzonte di senso che delimita ciò che appare giusto, responsabile, possibile. È ciò che abbiamo respirato nelle nostre famiglie, nelle istituzioni, nei discorsi sociali sulla disabilità, spesso senza mai metterlo davvero in discussione.

Anch’io ne sono attraversata. Me ne sono resa conto ripensando a quando mia madre ha giudicato il mio gesto di separarmi dal padre di mio figlio come profondamente sbagliato, non perché non vedesse la mia sofferenza, ma perché – dal suo punto di vista – quella scelta “non teneva conto dei bisogni di mio figlio”.

In quella condanna non c’era cattiveria. C’era un imprinting potente: l’idea che il benessere di un figlio con disabilità debba avere la precedenza su tutto, anche sulla possibilità di una madre di sottrarsi a una relazione che non la sostiene più.

Come se il sacrificio fosse non solo inevitabile, ma moralmente richiesto.
Come se uscire da una forma data di famiglia equivalesse a tradire la cura.

Una soglia di consapevolezza

Mi sono accorta che molte delle scelte che credevo dettate esclusivamente dai bisogni di mio figlio erano in realtà attraversate da imprinting culturali ereditati, che confondevano la cura con il sacrificio e la continuità con la ripetizione.

Non si tratta di colpe individuali, ma di eredità profonde, spesso invisibili, che impariamo a chiamare “cura” prima ancora di poterle interrogare.

Rimettere in moto la cura

Anch’io mi sono mossa a lungo dentro questo orizzonte, convincendomi che costruire un durante noi il più solido possibile fosse l’unico modo per rendere il dopo di noi adeguato ed efficace. Ma spostando appena lo sguardo, ho iniziato a vedere come questa stessa logica potesse trasformarsi in una gabbia. Quando la cura diventa controllo, quando l’amore si irrigidisce in un’unica forma legittima, quando la continuità viene confusa con la ripetizione.

Cosa so davvero di ciò che mio figlio avrà bisogno per la sua evoluzione?

Quanto delle mie scelte nasce da un ascolto autentico dei suoi bisogni, e quanto invece dalla fedeltà – spesso inconsapevole – a imprinting culturali che mi precedono? L’idea di essere l’unica possibilità per il suo futuro inizia allora a mostrarsi per quello che è: non una verità, ma una costruzione, appresa e interiorizzata.

Forse la cura non coincide con il controllo. Forse l’imprinting non è una traccia da replicare fedelmente, ma un punto di partenza che può essere interrogato, trasformato, persino tradito. Uscire da questa gabbia significa accettare che mio figlio non è la mia prosecuzione, e che il suo futuro non dipenderà dalla mia capacità di duplicarmi, ma dalla possibilità che incontri forme di sostegno plurali, imperfette, non previste.

Rinunciare alla fantasia di indispensabilità non è un fallimento genitoriale. È un atto di disallineamento rispetto a ciò che abbiamo ereditato, e forse uno dei gesti più radicali di cura che possiamo tentare.

È qui che il durante smette di essere una preparazione ossessiva al dopo, e torna a essere uno spazio vivo, attraversabile, non del tutto prevedibile, ma finalmente aperto.