Le parole hanno un peso.

Scegliamo quelle giuste quando dobbiamo comunicare qualcosa…

Ma andiamo per gradi.

Ciò di cui voglio parlare riguarda un fatto avvenuto lunedì alla sede di Terra Libera Tutti di Scorzè. Quanto è scaturito da questo evento mi ha portato a fare una serie di riflessioni che desidero condividere.

Titoli e toni usati dalle varie testate giornalistiche hanno scatenato in me una serie di reazioni che ho davvero faticato a contenere. Potrei sentirmi di parte e quindi, prima di esprimermi, ho lasciato decantare la situazione; mi sono concessa qualche giorno per poi affrontarla in modo obiettivo.

Ho cercato di trattare la questione da giornalista, non da “acchiappa click” e, per essere oggettiva come dovrebbe essere un buon giornalista, mi sono rivista gli appunti universitari del corso di tecniche giornalistiche.

Il primo passo per dare una notizia è chiederci cosa sia e quale rapporto abbia con un fatto.

Cos’è una notizia?

“Tutto ciò che è nuovo, mai pubblicato, insolito e interessante in senso generale” (David Randall)

La notizia è un’informazione su di un fatto o un avvenimento (in corso o concluso), data da un giornalista a mezzo di stampa, trasmissione televisiva, radio, pubblicazione online o con altri mass media (Wikipedia)

Che rapporto ha la notizia con un fatto?

La notizia ha in genere un rapporto con un caso, episodio, evento: ne costruisce la rappresentazione, ovvero l’unica sua trasmissibilità. Tuttavia, essendone la rappresentazione (il resoconto in diretta o la ricostruzione ex post) la notizia non è il fatto, non è la verità. È una sua visione parziale, non sempre oggettiva, anzi molto spesso soggettiva.

Per essere completa e ricca dovrà essere il meno parziale possibile.

In altre parole, rispetto a uno stesso fatto, ogni giornalista dovrebbe riportare la notizia in modo analogo, usare qualche sinonimo ma di certo non travisare la questione.
Se la ferita è a un braccio non potrà essere in altre parti del corpo.
Se la stessa ferita avrà una certa gravità non potrà essere indifferentemente una ferita lieve o una grave con prognosi riservata.

In questo caso, ma è purtroppo solo uno dei tanti, non solo è stato distorto quanto è accaduto, ma è stato usato indifferentemente un vocabolo al posto di un altro.
Pur trattandosi di sinonimi possono avere diverse etimologie e non essere percepite allo stesso modo.

Le parole hanno un peso enorme e usarne una anziché un’altra può fare una grande differenza per chi è coinvolto.

Altro elemento da considerare è che molto spesso chi si occupa del titolo è un’altra persona rispetto all’autore dell’articolo e ha un unico obiettivo, creare un titolo sensazionale.

Titolista e giornalista

Il titolo, afferma Alessandro Barbano, è una forma comunicativa complessa che si fonda su un contenuto linguistico e visivo; il suo compito quello di condensare la costruzione di senso che verrà esplicitata in seguito nell’articolo. Dovrà far emergere la messa in forma della notizia, il rapporto tra gli eventi e il contesto di ricezione.

Il titolo presupporrà l’interesse di un lettore per una data offerta giornalistica e le sue caratteristiche grafico-espressive indicheranno il carattere e la fisionomia della testata.

 

Tutto questo consentirà una “doppia lettura” ovvero la possibilità di costruire un rapporto di relazione lettore/testata – un legame intersoggettivo che diventerà una sorta di contratto di lettura fondato sull’appartenenza allo stesso universo di valori. Si possono identificare due tipologie di titoli:

  • Enunciativi (piani): più vicini alla cronaca, hanno una funzione descrittiva e sintetizzano il contenuto dell’articolo;
  • Paradigmatici (a effetto): più simili a un commento, condensano in una parola o in uno slogan il senso della notizia. Vogliono provocare un effetto sul lettore: convincerlo, orientarlo…

In entrambi i casi, come afferma Umberto Eco «è il titolo dell’articolo che ne decide l’interpretazione».

Pertanto, considerato che il tempo di attenzione medio si aggira intorno agli 8 secondi, che diventano 3 se guardiamo alla generazione Z, il titolo orienterà la nostra attenzione con tutto ciò che questo comporta.

Ho sentito doverosa questa premessa, perché il mio non vuole essere un attacco tout court al giornalismo ma riguarda quelle persone che io definisco acchiappa click a tutti i costi.

Le parole hanno un peso. Scegliamo quelle giuste.

Torniamo al nostro caso.
Un giovane uomo affetto da autismo, durante un laboratorio di cucina, per un motivo ancora non chiaro ai più (sicuramente non ai giornalisti in questione), ferisce la psicologa con la quale sta preparando il pranzo.

Una relazione che dura da tempo e che li ha visti spesso attivi in questa occupazione.

Nessuno nega che questo sia il fatto, ma che lo stesso venga “interpretato” in modo del tutto arbitrario per attirare attenzione è altro.

Quel giovane uomo è amico di mio figlio e io mi sono sentita sua madre.

La giovane psicologa è una persona meravigliosa, così come tutti gli educatori, psicologi, operatori di Terra Libera Tutti, rei di avere una visione “faticosa”.

Persone che si sono messe in gioco senza riserve e che purtroppo hanno un grande difetto: pretendono di cambiare le regole di una inclusione invocata sulla carta, ma che vede rare traduzioni nella realtà.

I progetti che stanno attivando sono ambiziosi e prevedono un grande impegno. Sono loro a dover pianificare un futuro migliore per i nostri figlidisabili” e noi “adulti” abbiamo il dovere di aiutarli in questo percorso.

Una recensione ingiusta, inesatta e infelice può compromettere la loro reputazione e questo non è accettabile.

Le parole hanno un peso e tutto quello che ho letto mi ha ferito profondamente:

  • per la mancanza di sensibilità nei confronti di tutte le persone coinvolte,
  • per la leggerezza con cui sono stati usati i termini “disabile, paziente, persona affetta da autismo, ragazzo affetto da disabilità…”
  • per l’uso di immagini inappropriate;
  • etc. etc.

 

Si fa un gran parlare di empatia… qualcuno si è preoccupato di cosa abbia significato per la sua famiglia una esposizione mediatica così… non riesco neppure a trovare una parola per descriverla.

Di come articoli di questo tipo diventino uno stigma difficile se non impossibile da togliere?

Ribadisco, nessuno vuole mettere in discussione il diritto di cronaca, ognuno fa il proprio lavoro. Ciò che fa la differenza è come viene fatto.

Alcune testate hanno usato termini meno forti, altri invece hanno calcato la mano sia con le parole sia attraverso l’uso di immagini simboliche tanto violente quanto inopportune.

Certo qualcuno dirà che tutto passa, che tra qualche giorno nessuno se ne ricorderà più… non sarà così per me, per la sua famiglia, per i membri della nostra associazione.

Bibliografia:
Alessandro Barbano, Manuale di Giornalismo, editori Laterza
David Randal, Il Giornalista quasi perfetto, editori Laterza