Privacy Policy Lutto: ovvero perdita di un oggetto significativo - Francesca Sartorato

Umberto Galimberti (1999) definisce il lutto come uno stato psicologico conseguente alla perdita di un oggetto significativo che ha fatto parte integrante dell’esistenza di qualcuno. In questo contesto prenderò a prestito il termine “lutto” per riferirmi ad una separazione più che alla morte di una persona cara.

Doverosa una premessa, sto frequentando un corso di Psicologia delle relazioni fine-vita, perdita e morte, che mi sta offrendo spunti inaspettati.

Anche se il mio interesse è prevalentemente sociologico e culturale più che psicologico, mi si stanno proponendo una serie di chiavi di lettura molto interessanti.

Come mi è capitato di dire ultimamente, si parla di morte per parlare di vita.

La cosa che mi ha colpito, anche se per molti può non essere una novità, è considerare la separazione da un’altra persona (fine di un amore, di un’amicizia o altro) come un lutto.

Quando si ama, secondo Jung

e la prospettiva fenomenologica, si carica uno nell’altro parti di noi stessi e quando ci si lascia chi se ne va porta con sé quelle parti. Da questa sottrazione nasce il vissuto di perdita che Freud definiva melanconia. Egli aveva osservato che la sofferenza per la fine di una storia d’amore era molto simile allo stato che viene vissuto da chi perde qualcuno che ama perché è deceduto.

Sofferenza, come espressione psicologica del dolore, che estremizzata può portare conseguenze a livello fisiologico: smetto di mangiare, perdo peso corporeo, somatizzo in qualche disturbo fisico. Sofferenza che può diventare un polo accentratore di tutto il vissuto della persona che, perso l’oggetto significativo (il proprio amato) deve fare i conti con chi, andandosene, ha portato con sé una parte di lei lasciandole un vuoto da colmare.

Quando è l’altro a scegliere di andarsene in una relazione

chi rimane subisce la sua scelta; non ha avuto il tempo di riorganizzarsi, ripensarsi, riprendersi le parti di sé.

L’altro se n’è andato senza restituire la caparra, per un certo verso è come una caparra no?

In diritto civile, è una somma di denaro o una quantità di altre cose fungibili versata a titolo di reciproca e mutuale garanzia contro l’inadempimento nel contratto oppure come corrispettivo per il caso di recesso dallo stesso.

Il punto è che si trasferisce una parte di sé nell’altro, fiduciosi del fatto che in qualsiasi momento ci si possa, specchiare ritrovando noi stessi.

Ma se ti viene a mancare lo specchio?

Come fai a integrare le parti che non hai più? E cosa te ne fai delle parti che hai dell’altro, che continuano a riproporsi?

Il primo passo verso l’elaborazione della perdita sarà quindi capire che cosa si è portato via l’altro andandosene o comunque non restituendo, quali erano “le cose fungibili che avevamo versato a titolo di reciproca e mutuale garanzia”?

Nondimeno quali sono le cose dell’altro di cui sbarazzarci?

Tu porti in te un riflesso di me stessa, una parte di me. Ti ho sognato, ho desiderato la tua esistenza. (Anaïs Nin)

A pensarci bene però,

perché sentiamo il bisogno di donare pezzi di noi all’altro? E ancora, perché ne scopriamo l’esistenza solo attraverso la riflessione?

La prima cosa che mi è venuta in mente è che forse cediamo parti di noi all’altro che non ammetteremmo di avere neppure a noi stessi, che possono piacerci o spaventarci e con i quali non siamo ancora entrati a patti.

Oppure qualità che ipotizzavamo di possedere ma è stato solo attraverso l’altro che ne abbiamo avuto conferma e, per questa ragione, gliene saremo grati per l’eternità… (forse) In entrambi i casi si tratta di qualcosa di molto intimo e prezioso.

A chi non è capitato di dire all’altro: in te trovo parti di me che non conoscevo (ahimè, anche più volte) come lo specchio, ovvero l’altro, fosse l’unico modo che avevamo per ricomporci?

Comprendere questa dinamica può aiutare a fare un primo passo verso l’elaborazione del “lutto” subito. Mi addolora pensare alle volte in cui, alla fine di una storia d’amore o di amicizia, mi sono sentita svuotata, persa, non mi ero resa conto che mi mancano dei pezzi né tantomeno quali.

Nell’amico c’è qualcosa di noi, un nostro possibile modo di essere, il riflesso di una delle altre identità che potremmo assumere. (Andrea De Carlo)

Morale? Che fare allora?

Forse per elaborare questo lutto, questa sofferenza, superato il momento di disperazione, il primo passo sarà accettare il fatto che la perdita fa male.

E, piante tutte le lacrime, prendere coscienza che il momento buio che stiamo vivendo è dovuto all’incapacità di riconoscere noi stessi nella nostra interezza.

Poi, capire quale sia il noi mancante e una volta compreso riappropriarcene.

Tuttavia, perché tutto questo accada abbiamo bisogno di tempo, un tempo attraverso il quale “riparare” il nostro vissuto. Un tempo che non può essere solo di attesa, dovremo fare qualcosa per trasformare il nostro presente, riprendere in mano la nostra vita e riorientarla.

Uscire dal ruolo di vittima e tornare a rivestire quello di giocatore.

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