Privacy Policy Francesca Sartorato Come la scienza ha trasformato l'invecchiare e il morire in esperienze mediche -

Le moderne risorse scientifiche hanno mutato profondamente il corso dell’esistenza umana. Non abbiamo mai vissuto tanto a lungo e in così buona salute, ma i progressi scientifici hanno trasformato l’invecchiare e il morire in esperienze mediche, in situazioni che devono essere gestite da professionisti del sistema sanitario.

Atul Gawande, Essere Mortale, come scegliere la propria vita fino in fondo, 2014

Eppure, secondo Gawande, chi lavora nel mondo della medicina sembra non essere preparato a questo compito e

 

Accade che

  • la medicina abbandoni le persone anziane o i malati terminali che sarebbe tenuta ad aiutare;
  • vengano somministrate cure che stordiscono la mente e minano il corpo in cambio di benefici minimi.
  • queste persone siano parcheggiate in istituzioni, case di riposo e reparti di terapia intensiva preda di un sistema regolamentato, di procedure anonime che li allontanano e isolano dalla vita cui erano abituati e dalle cose importanti per loro.

In un passato neppure troppo lontano

i pochi che sopravvivevano fino alla vecchiaia erano accuditi all’interno di sistemi generazionali dove più generazioni vivevano sotto lo stesso tetto.

Vecchiaia e infermità, oggi però, non sono più una responsabilità multi-generazionale condivisa, hanno acquisito lo status di una condizione più o meno privata, fino a diventare una realtà da vivere in gran parte da soli o con l’aiuto di medici e istituzioni.

A cosa è dovuto il cambiamento?

Il cambiamento secondo Gawande è dovuto a una serie di fattori tra i quali:

  • il monopolio di sapere e saggezza è vittima di un processo di erosione ascrivibile alle tecnologie della comunicazione; viene così a mancare la funzione di custode delle tradizioni, del sapere e della storia oltre allo status di autorità del capofamiglia fino alla morte.
  • in 2 secoli i sessantenni sono passati dal 2 al 20%
  • l’aumento della longevità ha prodotto un cambiamento nelle relazioni tra giovani e vecchi.

Sembra inoltre che gli anziani dell’epoca industriale non abbiano risentito né economicamente né psicologicamente della solitudine in cui sono stati lasciati, anzi la separazione era percepita da entrambi come una forma di libertà.

Un nuovo concetto di «pensionamento»

ha iniziato a prendere forma e sono nate le prime comunità per pensionati.

Sono state rinegoziate le linee di potere tra generazioni condividendo status e potere decisionale, la modernizzazione pertanto non ha declassato gli anziani ma la famiglia a favore di una indipendenza individuale.

Tuttavia, prima o poi l’indipendenza diventerà impossibile, infermità o malattie gravi saranno inevitabili e sorgerà una nuova domanda:

Se l’indipendenza è ciò per cui si vive, cosa ci resta da fare quando la perdiamo?

Medicina e sanità pubblica hanno modificato la traiettoria delle nostre vite

Fino a tempi relativamente recenti la curva tipica della salute di un individuo vedeva una linea retta fino ad un certo punto. Linea che precipitava in modo deciso con l’avvento di una malattia che ne decretava la morte.
Il progresso della medicina ha via via consentito la scoperta di molti modi per ridurre la mortalità, aumentando però la quantità di malattie croniche.
Per far superare le crisi vi sono farmaci, terapie di vario tipo o interventi chirurgici che consentono a un numero sempre più ampio di persone di morire di vecchiaia, anche se ci sarà sempre una causa finale di morte: incapacità respiratoria, arresto cardiaco etc.

Il punto è – conferma Gawande:

Non c’è un’unica malattia che conduce alla fine. Il colpevole è solo lo sgretolamento cumulativo dei sistemi corporei, che segue il proprio corso mentre la medicina applica le sue strategie conservative e mette le sue pezze.

Trasformazione culturale

Nonostante i progressi di medicina e sanità pubblica ad un certo punto si può aver bisogno di aiuto, spesso anche per lunghi periodi di tempo e questo viene percepito come un difetto invece che il normale e prevedibile stato delle cose.

Due sono le rivoluzioni che i progressi della medicina moderna ci hanno dato: una trasformazione biologica ma anche una trasformazione culturale del modo di pensare a questo nuovo corso.

Quello che si continua a rimandare però, è la discussione dei cambiamenti che la società dovrebbe attuare.

Da piramide a rettangolarizzazione

L’allungamento della vita umana ha avuto tra i suoi effetti la «rettangolarizzazione» della curva di sopravvivenza.

Per buona parte della nostra storia la popolazione di una società formava una piramide la cui base era formata dai bambini che rappresentavano la popolazione maggiore e ogni generazione successiva formava un gradino sempre più piccolo.

Oggi i cinquantenni sono quanti i bambini di cinque anni e nel giro di tre decadi il numero di chi ha più di ottant’anni sarà pari a quello che ne ha meno di cinque, un fenomeno osservabile in tutto il mondo industrializzato.

Il confronto con la nuova demografia è difficile da accettare anche da parte di medicina e sanità pubblica. Servono più geriatri che pediatri ma secondo Gawande molti medici lavorano poco volentieri con gli anziani:

Il medico standard è messo a disagio dalla geriatria, perché non sa come trattare il vecchio bacucco [che] non sente, ci vede male, la memoria funziona poco [con lui] devi parlare adagio […] il vecchio bacucco non ha un disturbo principale: ha quindici disturbi principali.

Un argomento difficile e articolato, la cosa certa è che capita a tutti di invecchiare, quello che può cambiare è la qualità, il come si vive.

Atul Gawande nel suo libro invita a interrogarsi sul significato condiviso di qualità della vita che non sempre coincide con sicurezza e salute.
Nella sua narrazione propone la storia di alcuni pazienti che hanno condiviso con lui gli ultimi istanti di vita.

Come la scienza ha trasformato il l’invecchiare e il morire in esperienze mediche

Parlando di malattia e morte parla di vita, di quella vita che ad un certo punto viene negata a chi non è più capace di badare a sé stesso.

Conclude facendo una affermazione molto forte:

Ci siamo sbagliati a proposito del lavoro del medico. Pensiamo che sia assicurare salute e sopravvivenza. In realtà è qualcosa di più vasto. È permettere il benessere.

E il benessere ha a che fare con le ragioni per cui uno desidera essere vivo […] se essere umani significa essere limitati, allora la funzione delle professioni e delle istituzioni assistenziali, dal chirurgo alle case di riposo, dovrebbe essere aiutare le persone nella lotta che ingaggiano con questi limiti […] qualunque cosa possiamo offrire, i nostri interventi, con i rischi e i sacrifici che comportano, sono giustificati solo se servono i più vasti scopi della vita di una persona.

Quando ce ne scordiamo, la sofferenza che infliggiamo può essere atroce.

Quando lo teniamo presente, il bene che facciamo può far battere il cuore.

Il grafico è stato ricavato da dati Censimento Istat 1861-2011